malgrado tutto.
nonostante.
un giorno ho aperto gli occhi e ho scoperto la differenza tra il risveglio e il dono della vista.
sì, sto piano pian tornando a respirare. smettendo di mettere in fila le liste del futuro e restituendo il tempo e il peso corporeo al gesto di queste parole, che si compongono di fronte ai miei occhi.
di nuovo, la differenza tra aprire gli occhi al mondo o sul mondo e con il mondo.
mi sto disintossicando. e confessare il tentativo, con il fallimento che è sempre dietro l’angolo, pare sia uno dei molteplici passi. dodici, se guardo da qui la salita, mi sembrano francamente troppo pochi.
ho sentito il sapore del caffè sul palato. ho visto due bambini sfidarsi a correre su un prato, quello che qualcuno stava falciando sotto casa mia. ho sorriso all’idea che se mi fossi piegata a fare altro, quella scena lì non l’avrei mai vista. e questa riga di testo non sarebbe mai comparsa.
il contenitore di vetro che qualche anno fa ospitava una piccola cheese cake è vuoto. e lo celebro così. nel pieno della sua pochezza. nel pieno della sua libertà di accogliere il vento. che se fosse stato troppo pieno, lo avrebbe visto solo passare.
e mentre gli altri si aspettano la pioggia, ecco, io io mi godo il vento. che beffardo forse la allontanerà. ma mi godo anche la speranza che sento nell’aria.
When we'll wake up some morning rain will wash away our pain.
non mi aspettavo facesse così bene dirsi ti voglio bene. guardarsi negli occhi e dirselo, senza mezzi termini, senza imbarazzo di nessun tipo. è più semplice dirselo dopo che lo si è dimostrato. ma è comunque un atto di generosa forza esporsi alla vulnerabilità della confessione. e la generosità, mi è chiaro più di ogni altra cosa, è un superpotere. innato solo in parte, da allenare nonostante tutto.
mi sono accorta che se vai più veloce la vita non si allunga, si accartoccia. e ti ritrovi a guardarti dall’esterno del finestrino, come fossi diventato tu il paesaggio che scorre e tutto il resto quello che conta, che ha preso posizione, che ha scelto da che parte stare.
è tempo di un cambio di passo. è tempo di tornare distesi, se non si può tentare l’abbraccio. è tempo di promettersi la furia solo quando è funzionale a riportare in vita il flusso, e restituire alla calma della danza ogni altro movimento d’esistenza.
The morning scream è la campagna della Frank and Beans Pictures per la Browser Company di New York. Dia promette di restituire estetica al caos e ordine al disordine. Lo sto provando. Vi saprò dire se diventeremo amici. Intanto, la campagna funziona.
a volte la notte la paura sveglia il corpo, sopraffacendo la mente. è successo in passato che fosse proiezione e riverbero della paura altrui. non ho gemelli su questa terra ma cordoni ombelicali mai recisi. e, a quanto pare, hanno implacabili conseguenze come questa. altre volte il panico è mio e solo mio, generato e non creato dalla stessa sostanza che mi tiene in vita. e prego, spesso, per mandarla via.
è terrore e linfa allo stesso tempo, per remare contro un destino che mi vorrebbe simile, troppo simile a chi non voglio assomigliare. a chi non voglio diventare.
ho percepito per anni la sensazione da bancomat. la sensazione da juke box. la sensazione che hai quando qualcuno ti chiede più di quello che ti ha fornito.
non ci arriviamo neanche allo scambio, parliamo del mero momento in cui qualcuno ti dà poco più che zero e si aspetta che tu sia capace di trasformarlo in mille.
ecco, l’ho avuta per anni. e ho intenzione di cancellarla dalle implicazioni naturali che un’educazione condita di senso di responsabilità e paura del fallimento ha reso colonne portanti di ogni assetto relazionale.
la rispedirò al mittente. senza pagare le spese. tutte le volte che la incontro.
prendo a prestito le parole di Muhammad Ali e inverto l’ordine degli addendi per creare una ricetta migliore. migliore per me.
sting like a bee
but float (and dance)
like a butterfly
for the rest of the time
Sono Vicky Iovinella.
Vendo parole per guadagnarmi da vivere.
Sì, nell’era dell’intelligenza artificiale.
Perché serve un cuore per armare una mano
e quello per fortuna rimane appannaggio umano.



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