prendere appunti
o preghiera di ogni mattino.
e fare finta di star bene
e fare finta di star male
che poi tanto nella fine
non c’è nulla di speciale.
Levante, dell’amore il fallimento.
ho scritto che il sorriso è una tempesta che esplode perché la felicità nei miei ricordi da bambina ha sempre fatto rima con la paura. eppure mi costringo all’artificio del sorriso degli altri. alleggerire il cuore, spegnere il buio, far entrare aria nei polmoni, mettere ali ai piedi. tutto questo fa un sorriso a un corpo, tutto questo mi aspetto di donare senza pretendere di avere nulla in cambio. più volte al giorno. dal vivo o nella distanza. come se da quello derivasse l’allontanamento dell’ultimo respiro. altrui.
nessuno dà quello che non ha, dice il prete sull’altare. parla di benevolenza e bontà d’animo. forse anche di soldi, carità e carestia. penso che abbia ragione. penso che sia una violazione di domicilio coatta costringersi a piegare gli altri a un sentimento che non siamo in grado di provare.
è il viaggio l’antitesi della pesantezza. ha la leggerezza di poli opposti che smettono di attrarsi e la solitudine di chi appartiene solo a se stesso ma sente il peso dell’universo intero ad attenderlo, quando le oscillazioni del movimento si riducono a stasi.
mi sembra che in fondo vivere sia solo un altro modo per giocare a nascondino. per trovare pace dalla ricerca che gli altri fanno di noi. sottrarci ai compiti, alle visioni preconcette, distorte, utilitaristiche. e trovare ombra, lontano dalla nostra ombra, nascosti a noi stessi, in ossequioso distacco dalla nostra stessa ambizione all’essere.
ho visto lo sporco sotto le unghie di una donna affascinante, ho sentito il tanfo dell’adolescenza in un vagone stracolmo della metropolitana, ho affidato il senso della libertà ai cucchiaini che misurano l’amarezza di un caffè.
sembrava non avessi vissuto affatto prima di decidere di mettere bianco su nero, che così funzionano gli schermi dei miei device, quello che mi circonda in questo momento. che è un momento qualunque ma è anche la sintesi di ogni momento. la prova che se non ti fermi a prendere appunti, la vita che ti passa davanti diventa la bestemmia che non dici in chiesa ma che dio ascolta. imputandoti la pena del peccato anche se tu non ne hai goduto il piacere.
c’è un ritmo disperato nel sincopato cosmico che incita alla danza. lo ascolto con sospetto, assottigliando le narici, finendo per pensare che viene da un mondo vecchio e lontano, che è la copia di mille riassunti. poi lo riascolto, e ne apprezzo la ripetizione ossessiva, il ritmo cardiaco, la pressione sulle tempie, mi invita a sedermi nella contemplazione, prima ancora che nel movimento. e lì nel fermo immagine avviene una detonazione, si agitano le braccia e i polsi, come in un gesto di rivolta, si chiudono occhi, si addensano lacrime riparatrici. sono blu.
il sabato mattina è una capsula senza tempo né spazio. approfitta del mondo che si assopisce, è vittima di un luogo in cui il sole appare come un oggetto alieno nel campo visivo dei giorni senza nuvole. è solo qui, in questo afflato senza data e ora, senza collocazione storica, che si riapre il respiro. la tregua dei giorni contati si ristora. il riflesso di ciò che è scontato si spegne. tornano a tremare i polsi. diventano melma e magma i grumi di sangue e nebbia.
quando torno a scrivere scopro che il tempo passato senza parole impresse è stato tempo sospeso. passato remoto. futuro anteriore. difettato per limitato accesso allo stoccaggio biografico. concetto sbiadito di presenza. pellicola mal messa a fuoco. quando torno a scrivere scopro che il tempo passato senza parole impresse è stato tempo sospeso. sospeso dal giudizio universale. incapace a dirsi e quindi a farsi. impaurito da emozioni e menzogne che diventano vere solo quando si danno alla voce.
quando l’esposizione al danno si contiene, si perde il senso putativo di ogni cicatrice. si trasforma in morente ciò che è vivo, solo per congelarlo in attesa di un ritorno.
ho inciso sulla carne viva l’orgoglio, e non ho ancora finito. ho sottratto peso al corpo, per riportarlo in vita. ho aperto i sensi all’ascolto degli altri ma ho zittito così tutto quello che avevo da afferrare e benedire in pensieri, parole, opere e omissioni.
era il 2011. il timore di dover ridisegnare i confini del mondo per offrire spazio al super ego di potenti senza volontà di decenza non era così forte. aveva un suo riverbero, che la storia non fa sconti, ma non era assordante come quello di oggi.
era il 2011 e in Wieden + Kennedy, a Portland, non so se Oregon o Maine, si scavava nell’immaginario dei Western, mettendoci dentro un po’ di gesti da cambio della guardia, un po’ di yin e yang alla Ciccio e Franco, un po’ di stereotipi alla Stanlio e Ollio e si riprendeva la più iconica delle colonne sonore della Levi’s per consegnare al Super Bowl un’altra storia Coca-Cola.
e malgrado tutte queste scelte azzardate, a tratti scivolose, si consegna al mondo la rappacificazione di due soldati opposti, che si guardano in cagnesco separati da una linea immaginaria e da un sentimento d’odio per procura.
si riappacificano per un attimo, un attimo intenso ma brevissimo, e lo fanno perché in quanto umani si trovano accomunati dal desiderio, di placare la sete e ripristinare il livello di zuccheri, certo. ma lo fanno, in quanto umani, tracciando nuove linee che infrangono regole scritte con inchiostro indelebile su pergamene sbiadite. perché è così, solo così, che si dichiarano le guerre ma è anche così, solo così, che si costruisce la pace.
e io lo guardo e mi chiedo perché è successo nel 2011.
e non al Super Bowl del 2026.
come copywriter, scrivo per vivere.
qui scrivo per sopravvivere.
se tu leggi per lo stesso motivo, piacere di averti ospitato.
se ti va.


Grazie, Vicky. Perché nel dare un senso alla tua scrittura, permetti di riscoprirlo in noi.